23/01/2018

RADICALIZZAZIONE VIOLENTA. COME DIFENDERSI?

di Ilaria Stivala

 

A partire dal 2001, anno che in letteratura viene indicato come uno spartiacque fondamentale a partire dal quale cambia la percezione sulla sicurezza e sulla tipologia delle minacce a cui bisogna rispondere, il trend degli attentati ha segnato un’allarmante crescita, così come la numerosità delle vittime. Queste ultime sono persone civili, uccise durante lo svolgimento della loro routine quotidiana, in luoghi comuni e senza nessun motivo apparente.

Gli studi degli internazionalisti e le azioni governative si sono così dovute concentrare su nuove tipologie di minacce, le quali si caratterizzano per essere più multiformi e complesse rispetto alle precedenti. Se in passato le questioni inerenti la sicurezza riguardavano fondamentalmente la dimensione esterna e, pertanto, la domanda a cui rispondere riguardava il modo migliore per proteggere la popolazione dall’ipotetica aggressione compiuta da uno stato nemico; oggi, la dimensione interna sembra aver preso il sopravvento e le domande a cui rispondere sono cambiate di conseguenza. Ci si trova così a cercare la strategia migliore per tutelare i cittadini dalle minacce provenienti dal terrorismo, dalla cyber criminalità, dalla diffusione della violenza all’interno delle società e altro. Ovviamente rispondere non è semplice, né sembra immaginabile trovare una soluzione valida per ogni ambiente ed ogni possibile pericolo.

 

Sebbene non sembra possibile importare all’interno di diversi contesti un modello che si è dimostrato vincente altrove, un elemento che sembra essere al centro di ogni studio e di ogni manovra governativa è la necessità di svolgere un’azione preventiva.

Gli attacchi terroristici più recenti, come quello a Parigi o quello a New York, compiuti da individui comuni, di cui nessuno sospettava la radicalizzazione jihadista e la propensione a servirsi della violenza, hanno puntato i riflettori sui rischi insiti nella crescente polarizzazione della società, nella mancata integrazione di certe comunità. Questo significa che le attività di contrasto non possono prescindere dall’analisi dei luoghi in cui possono facilmente diffondersi ideologie radicali, nonché dall’attenzione verso quelle persone più facilmente condizionabili e quei comportamenti che potrebbero indicare la propensione a servirsi della violenza per raggiungere i propri obiettivi.

 

Il termine radicalizzazione, a cui spesso si aggiunge l’attributo “violenta”, è nato solo di recente e non ha ancora ricevuto una definizione universale. Secondo la definizione data dalla Commissione Europea nel 2005 nella Comunicazione “Reclutamento terroristico: affrontare i fattori che contribuiscono alla radicalizzazione violenta“, sarebbe da intendersi come l’adesione ad opinioni ed idee che, se portati alle estreme conseguenze, potrebbero portare ad atti di terrorismo. Ne deriva che non si tratta di un processo lineare e costante da cui scaturiscono sempre i medesimi risultati, bensì di un fenomeno la cui evoluzione risulta altamente variabile, che può richiedere pochi mesi o anni; essere condotto servendosi di argomenti politici, religiosi o un insieme di entrambi, com’è il caso dell’attuale islamismo.[1] Tuttavia, accanto a questa definizione istituzionale, se ne sono sviluppate molte altre, non sempre compatibili tra loro, che cercano di evidenziarne le peculiarità, basandosi soprattutto su ciò che è emerso dalle indagini e dagli arresti che ne sono seguiti. Secondo alcuni autori si tratta di un percorso che sfocia in un comportamento violento concreto; altri, parlano di radicalizzazione violenta facendo riferimento all’accettazione di idee che giustificano il ricorso alla violenza; in entrambi i casi, infine, possono distinguersi coloro che ne parlano come un fenomeno individuale e quanti lo qualificano come collettivo. Questa molteplicità di concettualizzazioni non è solo un limite per la chiarezza di chi cerca di documentarsi in merito, bensì ha anche implicazioni fattuali importanti, dato che potrebbero portare a conseguenze diverse. Solitamente ci si riferisce alla radicalizzazione come ad un processo di socializzazione che porta all’uso della violenza, dunque presuppone più fasi che portano dalla semplice accettazione, alla militanza, fino al coinvolgimento attivo in azioni più aggressive.

Tuttavia, come accennato in precedenza, non coinvolge tutti gli individui che condividono un determinato background socio- culturale: esperienze personali, legami di parentela e amicizia influiscono notevolmente sull’attivazione di un processo effettivo.

I fatti di cronaca più recente, infatti, mostrano che ad essere coinvolti nelle attività terroristiche sono soggetti molto diversi tra loro, sia per quanto riguarda il contesto da cui provengono, sia in merito alle motivazioni che sono alla base dei processi di radicalizzazione violenta, sia, infine, alle modalità con cui vengono influenzati o entrano in contatto con elementi estremisti. Ad esempio, gli attentatori di Londra e Madrid si sono differenziati in termini di origine, livello educativo, integrazione nelle rispettive società.[2]

 

Secondo gli esperti, l’attuale processo di radicalizzazione islamista coinvolge due stadi fondamentali, reclutamento e radicalizzazione, o quattro fasi in sovrapposizione: reclutamento, conversione religiosa, indottrinamento e passaggio all’azione, intendendo con questo il compimento di attacchi terroristici. A tal proposito, il ricercatore danese Thomas Precht propone un’analisi dei comportamenti che contraddistinguono ognuna di queste fasi, fornendo così alcuni indicatori specifici della radicalizzazione islamica. Nella prima fase, quella del reclutamento, non esiste alcun segno specifico di radicalizzazione, pertanto le uniche valutazioni che possono essere fatte riguardano la presenza di un contesto favorevole o di una personalità sensibile alle pressioni estremiste. Durante la fase di conversione avviene un graduale rifiuto dello stile di vita occidentale, l’individuo tenderà a cambiare i propri comportamenti, isolandosi dalla comunità, rifugiandosi nella religione islamica e nella creazione di un’identità di gruppo. A favorire il progredire di questo processo possono essere i sermoni tenuti dagli imam, la visualizzazione di siti specifici su internet o il contatto con i cosiddetti “esperti di Jihad”, i quali hanno partecipato a lotta armata in alcuni dei teatri di guerra, come l’Afghanistan, e spesso mantengono forti collegamenti con il nucleo centrale del movimento globale jihadista. Nella terza fase, quella dell’indottrinamento, l’autore presuppone abbia inizio una militanza attiva in favore dell’ideologia. Ne sono esempi i viaggi verso le zone di conflitto per partecipare alle sessioni di addestramento terroristico o per combattere la jihad globale, ma anche gli incontri segreti tra membri dello stesso gruppo al fine di rafforzare la coesione interna e promuovere i propri ideali. L’ultima fase, quella del passaggio all’azione, consiste nell’impegno personale ad attivarsi con ogni mezzo per promuovere l’ideologia e di trasformare conseguentemente la società. Gli atti sono presentati e compiuti come risposte necessarie e inevitabili ai presunti torti subiti da una comunità immaginaria di credenti e, grazie all’inserimento di una forte componente religiosa ed identitaria, i potenziali freni al ricorso ad azioni estreme come il terrorismo suicida o gli attacchi indiscriminati vengono pressoché annullati.[3] Precht, inoltre, cercando di identificare gli elementi che influenzano il processo militante di radicalizzazione islamica in Europa, ha affermato che non esiste un profilo unico del terrorista, così come non sono sempre gli stessi i presupposti che lo spingono all’azione, in particolare egli individua tre categorie motivazionali:

  • “Fattori di background”, che includono la ricerca della propria identità e l’avvicinamento alle ideologie religiose, esperienze di discriminazione, disagio socio- economico, etc.
  • “Fattori d’innesco”, in cui sono incluse persone, come un leader carismatico, ed eventi, ad esempio azioni politiche che potrebbero provocare o incoraggiare l’antipatia o l’attivismo.
  • “Fattori di opportunità”, che rappresentano il grado di accesso e la probabilità di esposizione alle idee estremiste o ai membri di gruppi violenti. Questi includono sia spazi fisici che virtuali: internet, moschee, carceri, associazioni socio- culturali, etc. [4]

Nel mondo politico, l’origine dell’interesse per le questioni attinenti alla radicalizzazione sono stati i più recenti attacchi perpetrati da individui che sono nati e cresciuti in Occidente. Il cosiddetto “homegrown terrorism” (terrorismo domestico) ha aumentato le preoccupazioni per le minacce dell’estremismo interno in tutto il mondo, ma ancor di più in Occidente, che sembra essere il principale target degli attentati.

 

Sono numerose le iniziative lanciate in Europa per lottare contro la radicalizzazione. La Carta urbana europea del 1992 precisava che una politica coerente in materia di sicurezza doveva basarsi su tre strategie tra loro complementari: prevenzione, repressione e solidarietà. Esse si differenziano sotto molti punti di vista, soprattutto per quanto riguarda i soggetti che ne sono protagonisti: l’utilizzo di misure repressive è solitamente di competenza del potere centrale e implica il ricorso alle forze di polizia, alla legislazione e alle attività di intelligence contro la criminalità; le attività di prevenzione e solidarietà, invece, possono essere svolte dai poteri locali, anche in collaborazione con associazioni ed organizzazioni private, e si rivolgono a tutti gli individui. Da allora l’Ue ha continuato a sostenere le iniziative degli Stati membri, a promuovere nuove strategie ed un miglior coordinamento tra le strutture nazionali e sovranazionali al fine di affrontare al meglio le nuove sfide. Di particolare interesse è la Risoluzione 381 (2015), mediante la quale il Congresso si è impegnato a rivedere e aggiornare i suoi testi, dando particolare importanza ad aspetti come l’inclusione e la coesione sociale, il dialogo interculturale e interreligioso. Partendo dal presupposto che la riuscita di un intervento di prevenzione dipende in gran parte dalla sua capacità di adeguarsi alle dinamiche locali, essa non si limita a menzionare le attività della polizia e della giustizia, ma include quelle svolte in collaborazione con altri settori e la società civile, ad esempio con le moschee locali e con i leader delle comunità religiose. Un’altra modalità con cui si è tentato di combattere la radicalizzazione, anche questa in gran parte svolta a livello locale, è rappresentata dal reinserimento degli individui radicalizzati (e pentiti). Esempi in cui programmi di questo tipo sono stati attuati e sembrano fornire risultati positivi sono le città di Aarhus in Danimarca e di Berlino in Germania. Tali approcci sono concentrati sull’inclusione e presuppongono che le autorità aiutino l’interessato a reinserirsi nella collettività, purché non abbia commesso nessun crimine. [5] La Strategia di “Lotta contro l’estremismo violento” adottata dalla Commissione europea ed il Piano d’azione delle Nazioni Unite per prevenire l’estremismo violento, presentato nel gennaio 2016, rispecchiano il crescente interesse per la prevenzione della violenza transnazionale, che non riguarda unicamente l’islamismo o le manifestazioni di violenza legate all’Isis, bensì tutte le forme di estremismo violento, a prescindere dall’ideologia su cui si basano, e hanno cercato di dare un ulteriore impulso alla messa in pratica di azioni concrete per affrontare una sfida multiforme e complessa.[6]

Un’importante innovazione in proposito è la cooperazione tra le Forze di Polizia, sia localmente che tramite l’Europol, mediante una piattaforma comune di segnalazione e coordinamento. Una piattaforma che invece coinvolge sia attori privati (tra cui psicologi, educatori, operatori sociali, capi delle comunità e ONG) che istituzionali (come rappresentanti della polizia, personale carcerario nonché rappresentanti di diversi ministeri e amministrazioni) è il Centro di eccellenza della Rete per la sensibilizzazione alla radicalizzazione (RAN). Si tratta di un sistema che consente di scambiare conoscenze ed esperienze in modo da identificare le migliori pratiche e sviluppare nuove iniziative per affrontare la radicalizzazione.[7]

 

Oggi la radicalizzazione ha radici diverse, funziona sulla base di tecniche diverse di reclutamento e di comunicazione, grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie che si affiancano ai canali tradizionali consentendo una diffusione del messaggio violento più ampia. L’Islam è diventato l’argomento primario ed i leader carismatici dei gruppi terroristici hanno trovato nuova enfasi per superare il fallimento degli anni Novanta che, scriveva Zawahiri[8], era dovuto essenzialmente all’assenza di una grande causa comune che unificasse le istanze del fondamentalismo radicale islamico.

Lo scenario che si presenta oggi in Europa è ritenuto particolarmente favorevole affinché tali idee attecchiscano, specialmente per quanto riguarda i giovani e la popolazione musulmana, che sempre più si rivolgono alla religione per ritrovare la propria identità.[9]

È proprio in tale contesto che possono emergere gli homegrown, la cui formazione quindi è endogena ed è correlata ad un malessere esistenziale profondo che investe la giovane popolazione musulmana europea in maniera diffusa, tanto che in Inghilterra si parla di “disaffected youth” ed in Francia di “exclus”. Le rivendicazioni violente da parte di questi ultimi sono agevolate dalla diffusione sul web di testi dottrinali, comunicati dei vertici qaedisti e manuali per il cosiddetto terrorismo fai da te. Nel mese di agosto 2007, per esempio, è apparso su internet un manuale dal titolo “Come arruolarsi in Al Qaeda” che spiegava come creare cellule spontanee, formare un team, raccogliere fondi e selezionare un bersaglio. L’attività di contrasto, nei confronti di questi siti è molto difficile perché, pur essendo prontamente individuati e monitorati, nel momento in cui l’Autorità preposta provvede all’oscuramento, sono tempestivamente riaperti su un altro service provider. Altri soggetti a cui rivolgere l’attenzione sono i convertiti, ossia coloro che abbracciano la fede musulmana e condividono le posizioni estremiste proprie dei mujaheddin. Essi, oltre a destare preoccupazione per l’eventuale coinvolgimento negli attacchi terroristici, svolgono una funzione non irrilevante nella strategia di Al Qaeda, che tende a sfruttarne l’immagine per dimostrare come la società “miscredente”, a causa della corruzione dilagante dei suoi valori, sia ormai sempre più rifiutata non solo dalle nuove generazioni di musulmani, ma anche dai suoi cittadini naturali.[10]

L’aumento delle conversioni e degli immigrati all’interno di vari Paesi europei sembra così accompagnarsi alla diffusione di istanze globali da parte dell’islam più fondamentalista, il quale mira a sfruttare gli elementi più fragili della società occidentale per diffondere il terrore, promuovendo allo stesso tempo le proprie rivendicazioni più radicali, volte alla creazione di un califfato fondato sulla sharia e su un nuovo ordine sociale e politico.

 

 

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA:

 

[1] European Commission’s Expert Group on Violent Radicalisation, Radicalisation Processes Leading to Acts of Terrorism, European Commission on 15 May 2008 p.6

[2] European Commission’s Expert Group on Violent Radicalisation, Radicalisation Processes Leading to Acts of Terrorism, European Commission on 15 May 2008 p.11

[3] D. Dungaciu, R. Iordache, The Perfect Storm of the European Crisis, Cambridge Scholars Publishing, 2017 p.278

[4] Tomas Precht, Home grown terrorism and Islamist radicalization in Europe: From conversion to terrorism, Danish Ministry of Defense, December 2007: http://www.justitsministeriet.dk/sites/default/files/media/Arbejdsomraader/Forskning/Forskningspuljen/2011/2007/Home_grown_terrorism_and_Islamist_radicalisation_in_Europe_-_an_assessment_of_influencing_factors__2_.pdf

[5] Congresso dei poteri locali e regionali del Consiglio d’Europa, Prevenzione della radicalizzazione e delle manifestazioni di odio al livello locale, Strategia del Congresso per combattere la radicalizzazione, Marzo 2016: https://rm.coe.int/16807194ba

[6] European Commission, Strengthening the EU’s response to radicalisation and violent extremism, Bruxelles 15 Gennaio 2014: http://europa.eu/rapid/press-release_IP-14-18_en.pdf

[7] Comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale Europeo e al Comitato delle Regioni, Sostenere la prevenzione della radicalizzazione che porta all’estremismo violento, Bruxelles, 14.6.2016 COM (2016): file:///F:/CRST/Radicalizzazione%20violenta.%20Come%20difendersi/1-2016-379-IT-F1-1.PDF

[8] Terrorista egiziano che dal 16 giugno 2011, in seguito alla morte di Osama bin Laden, è ufficialmente il capo del gruppo terrorista islamico al-Qāʿida, dopo essersi impegnato a continuare il suo operato.

[9] F. Cascini, “Il fenomeno del proselitismo in carcere con riferimento ai detenuti stranieri di culto islamico” in “La radicalizzazione del terrorismo islamico. Elementi per uno studio del fenomeno di proselitismo in carcere”, Quaderni ISSP n° 9, p.8

[10] National Consortium for the Study of Terrorism and Responses to Terrorism, Community‐Level Indicators of Radicalization: A Data and Methods Task Force, A Department of Homeland Security Science and Technology Center of Excellence, University of Maryland, February 16, 2010

 

 

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